Il grande cacciatore
Mio padre aveva una moto Gilera 125 rossa. Io avevo i calzoni corti, la fionda sempre in tasca ed ero innamorato della figlia del farmacista di qualche annetto più grande di me, ma lei non lo sapeva. Una sera fregai la moto a mio padre, caricai la figlia del farmacista e andammo in giro per risaie. Le moto di allora non avevano quegli stupidi maniglioni come quelle moderne e dunque le ragazze, se volevano stare saldamente in sella, ti dovevano abbracciare ben stretto.
Per giunta il Codice della Strada era ancora fatto a elusivo uso e consumo dei buongustai e quindi alle fanciulle era consentito, oltre che di indossare la minigonna, di sedersi di traverso, lasciando al vento e all’immaginazione ogni ben di dio, oggi rigorosamente precluso dai jeans.
Poiché anche in assenza dei cellulari, in quelle circostanze le fonti di distrazione erano parecchie e forse anche più intense di qualche sms, percepii solo all’ultimo istante un botto sul davanti della moto: si era trattato di un’imprudente fagianella, ormai morta e stecchita. Frenai e scesi.
“Se raccogli quella roba, non mi vedrai mai più” disse la figlia del farmacista.
“Giusto” le dissi io che sul desco di famiglia il fagiano era solo un’ipotesi.
Raccolsi “quella roba” e non vidi più la figlia del farmacista.
Però non vidi più neppure la fagianella perché quando la consegnai a mia madre dopo qualche giorno di occultamento per rendere più credibili i tempi del furto della moto, mi beccai una prima sberla perché non si ammazzano gli animali con la fionda (mia versione ufficiale) e una seconda perché non si portano in casa i medesimi pieni di vermi.
Passarono gli anni, la figlia del farmacista sposò uno che mai l’avrebbe portata in moto attraverso le risaie, qualche porzione di carne cominciò a comparire anche sulla nostra tavola e un bel giorno incontrai un amico che aveva fatto soldi a palate e che mi invitò a una battuta di caccia nella sua riserva. “Anzi – aggiunse – porta anche tuo figlio, se vuoi.”
Gli feci presente che io conservavo la leggendaria doppietta di mio nonno, ma che non avevo il permesso di caccia.
“Cosa te ne frega, tanto i guardiacaccia li pago io”
“Sì, ma mio figlio ha solo quindici anni”
“Perfetto, diciamo che ne ha quaranta e finisce lì”
Venne il giorno fatale. Prevedendo un possibile impatto sociale, parcheggiai in un boschetto la mia 124, facendo in modo che i fili di ferro che ne reggevano la struttura portante non fossero troppo visibili. E feci bene, perchè davanti al cancello della riserva il più disgraziato aveva parcheggiato la Porche e il più mal conciato aveva addosso tenute da caccia che valevano una fortuna. Ma io indossavo il mio Eskimo, divisa che noi irriducibili sessantottini portavamo con orgoglio barricadiero, dall’una e dall’altra parte, prima di ammazzarci di botte.
Mi si avvicinò, davanti all’entrata, una signora fasciata da un abito di fustagno aderentissimo, con un cappello a punta e tanto di piuma: imbracciava un fucile Beretta col quale mi sarei potuto comprare la famiglia Agnelli al completo, altro che la mia 124! Mi chiesi se si rendesse conto di essere in una riserva privata dalle parti di Bosconero e non sulle pendici dell’Olimpo. Comunque in cuor mio la battezzai Diana.
Mi si appiccicò alle coste e non mi mollò più.
Era accompagnata da un pirla che più pirla non si può, di quelli che trasudano soldi e ignoranza in pari misura.
Cinquanta metri dopo l’ingresso della riserva, vidi appollaiato ai piedi di un albero uno stupendo fagiano. Era lì, a dieci passi da me e non faceva una piega. “Un fagiano?” pensai “un fagiano vero a portata di schioppo, e quando mai mi capiterà ancora?” Imbracciai la doppietta e puntai…”Ma cosa fa!” – mi apostrofò Diana alle spalle. Poi si avvicinò alla bestiola e con i suoi stivali presubilmente di pelle umana gli diede un calcio. Il fagiano si sollevò in volo e fu un fuoco di fila di cento doppiette ad abbatterlo.
“Ecco, vede – mi sussurrò Diana tutta emozionata – si spara solo all’animale in volo, altrimenti non è sportivo”
“E a prenderlo a calci in culo mentre trema di paura, invece, è sportivo?”
Mi ignorò sculettando sdegnosamente, anche perché intanto il suo pirla-accompagnatore le stava gridando “Cava, ammiva che mevaviglioso uccello!”. Diana si voltò di scatto, ma poi si rese conto che si trattava solo di un altro fagiano e quindi guardò altrove, visibilmente delusa.
Altri fagiani si alzarono in volo, spinti dai cani o dai calci in culo. Porsi la doppietta a mio figlio, lui sparò entrambi i colpi e il “suo” fagiano continuò a volare tranquillamente.
Mi guardai attorno: Diana, il suo pirla e tutti gli altri ci stavano osservando e il messaggio era chiaro: “ ecco, vedete, non è scemo solo lui, è scemo pure il figlio”.
Presi il citato figlio per il bavero e gli sibilai: “Mi spieghi come cavolo si fa a mancare un fagiano a venti metri, con un fucile che fa una rosa di pallini grande come la cupola di San Pietro?”
Era solo un ragazzino quello che mi guardò negli occhi per un attimo. Poi abbassò lo sguardo e sussurrò “basta mirare da un’altra parte”. Ero suo padre e lo avevo portato io fra quei coglioni persi, vestiti di fustagno e di idiozia! Sentii avvicinarsi dei passi, alle mie spalle e pregai di non dover uccidere Diana. Invece era il mio ormai ex amico, che mi chiedeva se ci fossimo divertiti. Gli risposi che mi ero divertito un mondo, peccato solo che lui non fosse fra i bersagli. Mi ribattè che non valeva la pena fare un piacere a gente come me, cosicché per rilassarmi dovetti mandare a quel paese lui e tutte le sue generazioni passate e future. E Diana, per buon peso.
Mio figlio mi sorrise e io mi sentii un eroe e fui certo che quella notte avremmo sognato entrambi fagianelle in volo. Fui anche certo che la leggendaria doppietta di mio nonno sarebbe rimasta appesa al chiodo per sempre.
Carlo Porta




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